Una Doc doverosa

Tra Docg, Doc e Igt, le denominazioni di origine per i vini italiani sono ormai oltre 500.

 

In oltre cinquant’anni di esistenza, la legge che le ha istituite nel lontano 1963, ha prodotto una mappatura del territorio nazionale che ha coinvolto tutte le regioni e tutte le province, tanto che c’è chi oggi sostiene che accorpamenti e tagli si renderebbero necessari per semplificare un quadro fin troppo ricco.

 

Una nuova Doc, oltretutto in Toscana, dove ce ne sono a decine, sembrerebbe apparentemente ridondante o poco opportuna, e comunque in controtendenza. Invece, probabilmente, no. Almeno se ci si riferisce alla Doc Valdarno di Sopra, che è stata istituita da pochissimo.

 

Le ragioni sono diverse, ma quella principale si può far risalire alla famosa classificazione con la quale il Granduca Cosimo III de’ Medici provò a regolamentare la produzione vitivinicola toscana nel 1716. Il suo editto, famosissimo, fu nei fatti un’anticipazione delle moderne denominazioni di origine. Egli, in particolare, volle citare e regolamentare quelle che all’epoca erano le più note e per questo le più soggette a falsificazioni.

 

In sostanza si trattava di quattro aree viticole: il Chianti, il Pomino, il Carmignano ed il Valdarno di Sopra. Le prime tre di quell’elenco furono quasi immediatamente comprese fra le denominazioni istituite fra la fine degli anni Sessanta e gli inizi del decennio successivo. Del Valdarno di Sopra, invece, si persero le tracce, e la zona di produzione venne nei fatti aggregata al Chianti dei Colli Aretini senza più apparire in modo autonomo se non come semplice zona geografica, senza rapporti con una produzione vinicola in passato così prestigiosa da meritarsi una citazione così importante nell’editto di oltre due secoli prima. Il fatto poi che il Ponte a Buriano, un ponte romanico sull’Arno del XIII Secolo, sul quale passava l’antico percorso della via Cassia, la Cassia Vetus, e che è nel cuore del Valdarno di Sopra, sia anche ripreso da Leonardo da Vinci come sfondo della Monna Lisa, fa anche facilmente comprendere quale centralità avesse quella zona fin dall’epoca rinascimentale.

 

Due ragioni, le più famose ma non le uniche, che hanno consentito uno scatto d’orgoglio ai migliori produttori vitivinicoli del Valdarno di Sopra e che hanno consentito di porre questa antica sub regione toscana all’attenzione del pubblico.

 

I vini che ne scaturivano avevano una fama ben nota agli addetti ai lavori. Soprattutto ai grandi produttori di Toscana, che per produrre i loro Chianti o i loro Toscana Igt, i cosiddetti “Supertuscans”, non esitavano ad acquistare uve in quel comprensorio, avvalendosi di un’ottima qualità proposta a prezzi convenienti.

Da alcuni anni, almeno quindici, un nutrito gruppo di produttori ha iniziato a produrre vini di alto profilo qualitativo, con il Sangiovese, in massima parte, ma anche con vitigni alloctoni, come Merlot, Syrah, Cabernet Sauvignon, Franc e vitigni autoctoni come il Pugnitello o la Malvasia Bianca e, fra le varietà a bacca bianca, anche lo Chardonnay.

 

Una produzione che, a quel punto, meritava un “focus” diverso, più specifico, e che peraltro era già stato ampiamente concesso fin dal XVIII Secolo.

 

Una Doc autonoma, insomma, che potesse rendere giustizia ad una produzione che sul piano della qualità e della tradizione ha pochi rivali in Toscana.

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